La tempesta

Bektashi Lion“Successe che uno di quei pazzi ( i fedeli di Bektash), detestati dai devoti come si deve e dai costruttori di muraglie, lasciò il vecchio porto di Costantinopoli, in un mattino brumoso, a bordo di un poco rassicurante battello traboccante di allegri pellegrini che si recavano alla Mecca. Lui invece no, non andava da nessuna parte. Si preoccupava soltanto di mangiare a sazietà, di bere a sazietà e dormire quando aveva sonno. Aveva imparato a proprie spese che conveniva liberarsi dell’invadente superfluo. Era un mistico perfetto, non solo, ma anche un vagabondo ben noto, risoluto, refrattario al desiderio stupido ma diffuso di essere ben visto dall’Onnipotente.

L’avvenimento successe la sera del secondo giorno di viaggio.

Il mattino aveva fatto bello. Il vento, a mezzogiorno in punto, aveva cominciato a rinfrescare. Ed ecco che a fine giornata si scatenò il maltempo.Un fulmine cadde sul mare, seguito da un tuono fragoroso, il cielo si abbattè sulle onde, insomma, la furiosa tempesta agguantò alla vita il battello e si mise a baciarne i fianchi più avidamente di una diavolessa troppo a lungo privata di affetto. Sballottati di qua e di là, verdi per la nausea, i pellegrini pregarono Dio, con tutta la dignità possibile, di risparmiare i tormenti del lutto alle loro meritevoli famiglie.

Il Bektashi, affamato e assetato, con le sopracciglia aggrottate, il collo proteso verso i cieli turbinosi, si lasciò cadere ai piedi dell’albero, lo strinse con le braccia e le gambe e, senza udire i canti che si innalzavano dalle pie bocche, unì i suoi poveri ululati a quelli dei lupi della burrasca.

Fra i devoti viaggiatori c’era un Mullah assai apprezzato dai suoi superiori gerarchici. Nel suo occhio nero scintillava l’inquietante giubilo di coloro che non dubitano di nulla. In balia degli schiaffi del mare, scivolava sulle chiappe magre da un fianco all’altro dell’imbarcazione, con la barba al vento, i piedi per aria e le braccia che mulinavano, dichiarando al Creatore la propria fiducia incondizionata.

Mentre passava accanto all’albero, la sua mano errante si aggrappò alla manica del Bektashi.

– Non ti vergogni, gli disse, di spaventarti così vilmente? Dio è amore. Ci protegge. Ci tiene nella Sua mano amica! Ne dubiteresti, miscredente? La fede se la ride del cattivo tempo!

L’altro, acchiappando per un pelo il suo turbante che i furiosi spruzzi del mare gli avevano strappato dal capo, rispose:

– Dio è amore, non ne dubito un istante. A dire il vero, fratello Mullah, è proprio questo che mi sconvolge. Dio ama con tanta innocenza, tanta beatitudine, tanta passione, tanta inalterabile bontà le più piccole delle sue creature che è certamente capace di offrire i nostri cadaveri ai pesci!

E alzando la fronte grondante:

– Ho visto giusto, Onnipotente?

Un lampo squarciò le nubi. Un rombo assordante parve approvare le sue parole.

Certo, era terrificante, ma tutto sommato piuttosto gagliardo, e di un fervore impaziente.”

Racconti dei saggi Sufi, a cura di Henry Gougaud

 

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